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Cosa succede a un bambino quando trova un posto in cui sentirsi libero di provare, sbagliare e crescere. L'intervista a Francesca Cipriani.

L'importante è che abbiano la passione e il desiderio di farlo.
— Francesca Cipriani
Ci sono bambini che entrano parlando con tutti e altri che rimangono in disparte. Alcuni sanno già di amare il palcoscenico. Altri non hanno mai cantato davanti a qualcuno.
Poi iniziano le prove. Cantano, ballano, recitano. Sbagliano. Ricominciano. Conoscono altri bambini che condividono la stessa passione. E qualcosa, spesso, cambia.
Francesca Cipriani osserva queste trasformazioni da quasi vent'anni attraverso il Musical Weekend. Le abbiamo chiesto di raccontarci cosa succede davvero in quelle ore trascorse insieme e cosa può rimanere di quell'esperienza, anche molto tempo dopo che il sipario si è chiuso.
— Francesca, partiamo dall'inizio: perché è nato il Musical Weekend?
«Il Musical Weekend nasce pensando a bambini che durante la settimana sono già molto impegnati. Hanno la scuola, devono studiare, fanno danza, catechismo e tante altre attività. Da qui è nata l'idea di concentrare tutte le materie del musical in un weekend. Studiano canto, danza, recitazione, dizione e tip tap. Il sabato e la domenica fanno 14 ore e hanno modo di approcciarsi a tutte le discipline, ma anche di condividere questa esperienza con altri bambini e ragazzi che hanno i loro stessi interessi.»
Un weekend al mese. Poi si torna a casa con un copione, le parti da studiare e un gruppo con cui ritrovarsi all'appuntamento successivo.
«Anche se passa un mese, a casa possono ripassare. Hanno il copione e durante la settimana magari studiano la loro materia preferita.»
Un format che continua a funzionare: il prossimo anno il Musical Weekend compirà 20 anni.

— E se mio figlio non sa ancora cantare o ballare?
È una delle domande che un genitore può farsi prima di iscrivere un bambino.
«Quello che dico sempre è che l'importante è che abbia la passione e il desiderio di fare questo. C'è chi è più talentuoso e chi meno, ma io dico di provare, perché sono stimoli che non aiutano soltanto nella crescita e nella tecnica, ma anche come persone.»
Per Francesca, la vera discriminante non è partire già con una tecnica.
«Per me la selezione è un bambino che ama fare calcio, viene a fare Musical Weekend e non gliene frega niente. A quel punto diventa una perdita di tempo per il bambino e anche per noi.»

— Quali trasformazioni hai visto nei bambini in questi anni?
«Ce ne sono stati tanti. Soprattutto sul palco, alla fine dell'anno, prendono proprio più sicurezza. Magari all'inizio non cantano perché hanno la voce bloccata, ma spesso è soprattutto timidezza.»
Francesca ricorda Giada, una bambina incontrata a Roma.
«Era molto timida, non riusciva a parlare a scuola e aveva difficoltà. Aveva anche una lieve forma di dislessia. Con il Musical Weekend ha sviluppato sicurezza anche a scuola. È migliorata tantissimo nell'esposizione e ha preso più sicurezza.»
E poi Andrea, arrivato alla Summer Class con una grande paura di separarsi dalla mamma.
«Alla Summer Class è arrivato piangendo perché aveva paura e non voleva lasciare la mamma. Però quando faceva lezione si sbloccava completamente: ballava, cantava, recitava. È stata più forte la voglia di fare rispetto alla mancanza di casa.»

Quando fanno lezione si sbloccano. E alla fine dell'anno li vedi sul palco con una sicurezza diversa.
— Francesca Cipriani
Per alcuni bambini il Musical Weekend è una prima esperienza. Per altri diventa un appuntamento che li accompagna per anni.
«Ci sono ragazzi che hanno fatto sette, otto anni di Musical Weekend. Ogni anno c'è una crescita, un confronto, un miglioramento. Un anno ti dà un'infarinatura. Con gli anni cresci e capisci meglio quello che vuoi fare.»
E può convivere con altre passioni.
«Se vuoi fare danza, puoi continuare a fare il Musical Weekend. L'impegno è soltanto un weekend al mese, quindi riesci a conciliarlo anche con la scuola.»
Francesca cita Clarissa Curulli come uno dei tanti percorsi che ha visto crescere nel tempo.
«Clarissa adesso sta lavorando con me come attrice. Io l'ho avuta quando era piccolina, aveva sette anni.»
Portfolio
Fotografie di epoche diverse ci raccontano quasi vent'anni di Musical Weekend fatto di passioni, amicizie e grandi traguardi.







— Come riconosci un talento?
Per Francesca non è soltanto una questione tecnica.
«Penso che sia una dote innata quella che ho nel guardare oltre, nel vedere oltre lo sguardo e gli occhi di un bambino. Non è tanto il talento. Tante volte ho incontrato ragazzi e ho visto quella luce spenta, come se servisse loro qualcosa per riuscire a dimostrare. Non la posso spiegare. È proprio una cosa innata, una dote, un'empatia, qualcosa.»
Ricorda un concorso di molti anni fa.
«Ero in giuria. C'era una ragazza molto brava che era stata scartata e invece io avevo visto qualcosa. La presi a fare il musical. Subito dopo fece X Factor, poi si trasferì a Londra e iniziò a fare altre cose. Adesso è diventata medico.»
Un esempio che racconta bene anche un altro aspetto: riconoscere una predisposizione non significa decidere quale sarà il futuro di un ragazzo.

— Cosa rimane del Musical Weekend a chi sceglierà un'altra strada?
«Rimane un'impronta indelebile. La maggior parte di loro non farà il professionista dello spettacolo, e va benissimo così.»
Dopo circa trent'anni di attività, Francesca è ancora in contatto con molti dei ragazzi che ha incontrato.
«Ci sono tanti ragazzi che sento ancora oggi, ormai grandi. Alcuni hanno aperto scuole di danza, altri lavorano in TV e ci sentiamo ancora, mi chiedono di collaborare e di fare cose insieme. Io ho iniziato giovanissima, quindi ero giovane vicino ai giovani. Poi sono cresciuta e sono rimasta sempre in contatto con tutti.»

— Cosa può insegnare un errore sul palco?
«L'errore sul palco è inevitabile prima o poi, ed è una palestra di vita formidabile. Quando un bambino dimentica una battuta o sbaglia ingresso, c'è un secondo di panico in cui si gela. Poi capisce che il mondo non è crollato, che lo spettacolo va avanti e che la cosa migliore da fare è improvvisare, rimediare con un sorriso o farsi aiutare dal compagno.»
Ed è una lezione che può uscire dal teatro insieme a lui.
«Fuori da lì, quel bambino affronterà gli errori della vita con uno spirito completamente diverso: non come un fallimento definitivo, ma come un imprevisto da cui ci si rialza.»
Lo spettacolo va avanti e la cosa migliore da fare è improvvisare, rimediare con un sorriso o farsi aiutare dal compagno.
— Francesca Cipriani
— Perché il musical oggi, in mezzo a così tanti altri impegni e stimoli?
«Oggi i bambini sono sommersi da stimoli digitali veloci, freddi, spesso isolanti. Il musical offre esattamente l'opposto: è uno spazio analogico, fisico, umano al cento per cento. Si suda insieme, ci si guarda negli occhi, ci si parla senza uno schermo in mezzo. Riporta i bambini al valore del corpo, della voce, dello spazio condiviso e della fatica bella che dà frutti concreti.»
E poi c'è il gruppo.
«Conta al novantanove per cento. Puoi essere bravissimo quanto vuoi, ma se non guardi il compagno accanto a te, se non respiri con lui, la magia svanisce. I bambini imparano a capire che il successo non è “io che ricevo gli applausi”, ma “noi che abbiamo creato qualcosa insieme”. Imparano a gioire per l'assolo dell'amico e a sostenere chi in quel momento ha un vuoto di memoria.»

— Dopo tutti questi anni, c'è ancora un momento in cui pensi: “Ecco perché faccio questo lavoro”?
«Se chiudo gli occhi e penso al momento esatto, non penso agli applausi della prima fila o ai teatri pieni. Penso sempre a quell'attimo, un secondo prima che si alzi il sipario, quando sono dietro le quinte con i bambini e i ragazzi. C'è un silenzio carico di elettricità. Sono lì in cerchio, si tengono per mano, qualcuno trema un po'. Ci scambiamo un'occhiata complice, un sorriso o una strizzata d'occhio veloce. Poi sento le loro voci intonare l'attacco della prima canzone. In quell'istante sento che stiamo regalando loro un ricordo che porteranno nel cuore per tutta la vita. È una sensazione impagabile.»

— E dopo quasi vent'anni, cosa cerchi ancora negli occhi di un bambino che entra?
«Cerco quella scintilla di curiosità che non si è ancora spenta sotto strati di giudizio o di timidezza. Basta un attimo: quando vedi che i suoi occhi smettono di guardare il pavimento, si alzano e brillano perché si è accorto che lì dentro può essere finalmente sé stesso... in quel momento capisci che la magia sta per ricominciare.»
— Francesca Cipriani
Una storia che può cominciare
Il Musical Weekend è aperto a bambini e ragazzi che hanno voglia di scoprire il mondo del musical e mettersi in gioco attraverso canto, danza e recitazione.